Youth – La Giovinezza: La Recensione, l’eterno scorrere del tempo di Sorrentino

Paolo Sorrentino sbarca a Cannes con Youth – La Giovinezza e raccoglie applausi e qualche fischio. Destinato come sempre a dividere e affascinare gli spettatori, ma con un’unica certezza: il suo è Cinema con la C maiuscola. Un cinema che dietro la banalità nasconde il tutto, la vera essenza della settima arte. La seconda opera in lingua inglese è l’ennesima auto esaltazione di se stesso, ma se con “La Grande Bellezza” aveva magari esagerato nella durata qui è anche perfetto nella scelta dei tempi. Le due ore scorrono veloci sullo schermo, come la vita dei protagonisti che sceglie di raccontare. Anziani e giovani si susseguono in un albergo delle montagne svizzere che diventa il microcosmo del nostro mondo: il tempo passa, ma l’eterna giovinezza dell’arte è costante e quella di Sorrentino in Youth è arte nella sua quintessenza. Il cast è superlativo, il regista si mostra ispirato come nelle sue migliori opere “Il Divo” e “Le conseguenze dell’amore”: alla vigilia della proiezione c’era il rischio che Michael Caine si limitasse a essere una versione internazionale di Toni Servillo, ma il gigante del cinema è il vero mattatore assoluto attorno al quale Paolo Sorrentino con  immagini, musica e parole ha costruito la sua opera. La sceneggiatura è un continuo accostamento di giovinezza e vecchiaia, con il paradosso che quest’ultima sembra guardare al futuro molto più delle nuove generazioni. Merito, oltre che del già citato premio Oscar, anche di un superbo Harvey Keitel, che regala dei dialoghi intensi ed emozionanti, quasi più filosofici che cinematografici. Come non parlare poi della grande Jane Fonda, così breve quanto intensa nella sua interpretazione di una star sedotta dai soldi della televisione che per lei è il futuro.

Sorrentino è quasi provocatorio in Youth, in cui non ha paura a mostrare tutte le più sottili fragilità dell’uomo e delle sue paure.  Il ritratto dei due protagonisti, con tutte le loro perdite di memoria, è un assaggio di ciò che aspetta all’umanità con l’inesorabile scorrere del tempo. Poco importa se nella sceneggiatura ci sono dei vuoti, perché quasi non se ne ha sentore, tanto si è presi dalle vicende. La frase più belle forse ce la regala Paul Dano, che nei panni di un improbabile Hitler spiega come “Il desiderio sia l’unica cosa che valga la pena raccontare”, che fa da contraltare a un freddo e razionale Michael Caine che spiega come “L’emozione spesso sia sopravvalutata”. Intorno a questo gioco di opposti che si attraggono Sorrentino è riuscito a costruire la sua opera, che con l’ausilio di una fotografia eccezionale (chissà che Luca Bigazzi non possa ricevere una nomination dall’Academy nella categoria) assume quasi le fattezze di un affresco barocco tanta è la sfarzosità di alcune scene nel giardino dell’hotel. Qui il regista napoletano racchiude il mondo, con l’unica pecca magari di raccontare la vecchiaia e la giovinezza soltanto dei ricchi, come già accaduto nel ritratto della decadenza romana ne “La Grande Bellezza”. La scelta, forse, è facilmente giustificabile: un ex direttore d’orchestra famoso in tutto il mondo e un regista a fine carriera possono portare a capire come davanti all’esasperazione della fragilità umana titoli e importanza non contino nulla.

Youth non è il film della vecchiaia che si avvicina alla morte, ma di come l’invito sia di guardare sempre verso il futuro. Paolo Sorrentino sembra quasi riprende il concetto di Divenire di Eraclito tramutandolo in arte. Youth non è solo un film per palati fini, ma tramite delle metafore può essere assaporato da un pubblico ampio e variegato. La scelta di girarlo in lingua inglese è la voglia di auto consacrarsi a livello internazionale, perché a Sorrentino forse l’Oscar per il miglior film Straniero non basta più. Certo che, se dovesse trionfare anche questa volta, sarebbe veramente curioso se al Dolby Theatre portasse Diego Armando Maradona, che in un cameo palleggia con la pallina da tennis. Peccato che in realtà non si tratti del fuoriclasse argentino, ma soltanto un attore straordinariamente somigliante. L’ex Pibe de Oro è l’esempio più lampante di come la giovinezza dell’arte sia eterna, perché l’argentino ha incantato il mondo e dispensato la propria arte proprio in gioventù. L’immagine di Madalina Ghenea nei panni di Miss Universo che sfila nuda davanti agli occhi di Caine e Keitel è l’ultimo barlume di vitalità a cui ci si aggrappa la vecchiaia per non farsi scivolare tra le dita  il godimento della vita che, da qualche parte, è sempre dentro ognuno di noi.

Thomas Cardinali

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L\'Autore Thomas Cardinali

Web writer di professione, scrivo di cinema e spettacolo in ogni sua sfaccettatura. Video maker in formazione con la passione per il calcio e la Formula1