Venezia 72: Everest, la recensione del dramma ad alta quota con Jason Clarke

L’uomo ha sempre voluto andare oltre i propri limiti e quale modo migliore che salire sul tetto del mondo?. La prima volta sull’Everest è stata nel 1953 con effettuata dal neozelandese Edmund Hillary e dallo Sherpa Tenzing Norgay, ma ci sono stati da li in avanti 60 anni di continui tentativi e imprese. In molti sono morti sulle sue pareti ghiacciate, ma una delle spedizioni più sanguinarie della storia è sicuramente quella del 1996 organizzata dall’ Adventure Consultants di Rob Hall. La storia è stata raccontata da  Jon Krakauer, un giornalista facente parte della spedizione, che ha rivelato nel saggio “L’Aria Sottile” cosa accadde sulla vetta più alta tra il 10 e l’11 maggio del ’96. L’opera letteraria è stata l’ispirazione per la trasposizione di “Everest”, film scelto per aprire la 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. L’opera è costata 65 milioni di dollari ed è stata affidata al regista islandese Baltasar Kormákur, già autore del “Cani Sciolti” con Denzel Washington e Mark Wahlberg. Qui il cast a sua disposizione è altrettanto di alto livello, con Jason Clarke nei panni dell’alpinista Rob Hall.  Le location scelte per esaltare la fotografia sono il Nepal e il Trentino Alto Adige.

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Il film rispecchia pienamente l’evoluzione del suo protagonista nella storia: partenza soft con una costante crescita di ritmo che coinvolge e porta a vivere la scalata in modo realistico, esaltato dal 3D per chi ama la nuova tecnologia. La parte conclusiva è un climax di tensione che cambia bruscamente l’intreccio narrativo: non è più la speranza e la voglia di superare i propri limiti, ma la paura a catalizzare il tutto. L’agognata ricerca della bombola ad ossigeno mostra l’effettiva disperazione di uomini che si rendono conto della fragilità della propria vita quando sono sul punto di perderla, proprio come con tutto ciò di prezioso: anche un highlander deve piegarsi al fato e non tutti riescono ad accoglierlo con serenità. Jake Gyllenhaal è divertente e pienamente nella parte, molto diversa dal recente pugile di Southpaw da oggi nelle sale italiane. Anche Josh Brolin è convincente nei panni di Beck, mentre la nota stonata è purtroppo Keira Knightley. La sua è stata un’interpretazione soprattutto vocale, dato che doveva recitare molti dialoghi al telefono con il marito in lotta per la vita sulla cima dell’Everest e un’attrice dotata di una vocalità maggiormente espressiva avrebbe valorizzato di più l’opera. I dialoghi sono davvero toccanti e riescono comunque ad arrivare allo spettatore, considerando soprattutto che  il tutto è enfatizzato dalla veridicità della storia. Rob si rivolge alla sua Jane in un modo tanto straziante, commovente e allo stesso tempo rassicurante che risulta difficile ritenerlo vero.

 

Everest non è soltanto il racconto di una tragedia, ma di uno stile di vita che porta alcuni individui a rischiare ogni cosa per un qualcosa di inspiegabile. Doug Hansen è stato l’unico a rispondere alla domanda sul perché scalasse l’Everest e la risposta è stata estremamente significativa: “Per i bambini che mi hanno dato una bandiera da mettere in cima, scalo l’Everest per dimostrare che io posso”. “Everest” di Baltasar Kormákur può emozionare e raccontare una bella storia con un grande cast. Il centro del mondo per il cinema è Venezia per questi 10 giorni, nessun altro posto sarebbe stato così azzeccato per presentare questo film dedicato alla crudeltà della vetta più alta della Terra.

Valutazione: 3,5/5

L’inviato a Venezia Thomas Cardinali

L\'Autore Thomas Cardinali

Web writer di professione, scrivo di cinema e spettacolo in ogni sua sfaccettatura. Video maker in formazione con la passione per il calcio e la Formula1