Tutte lo vogliono

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Giovanna, Carla, Francesca, Chiara. Cosa avranno in comune queste donne così diverse fra di loro? Quale sarà mai quel dettaglio non irrilevante che rende le loro esistenze segretamente imperfette? E quale mistero femminile è così intimo e privato, che più privato non si può? Qualunque cosa sia, Tutte lo vogliono . Una food designer, il suo primo amore e uno sciampista per cani sono i protagonisti di questa commedia allegramente spudorata.

Il film con la neo coppia (cinematograficamente parlando) Brignano-Incontrada strizza massivamente l’occhio al film “Tutti lo vogliono” (titolo originale: Der bewegte Mann) la pellicola tedesca datata 1994 diretta da Sönke Wortmann e mescola riferimenti a  “Il Dottor Doolittle” di Eddie Murphy (la passione per gli animali) e a “Scemo e più scemo” (e recentissimo sequel, che ha rinfrescato le idee alle sceneggiatrici) per l’auto travestita da cane, ma non solo,

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il film prende a piene mani dalla cinematografia Verdoniana ed in particolare a “Borotalco” per buona parte della messinscena e per l’evoluzione della vicenda personale del protagonista, il “G.P.S.” (Generoso Partner Sessuale) e in alcuni aspetti a “Sono pazzo di Iris Blond“. Ma non solo, approfondendo potremo dire che la caratterizzazione del personaggio interpretato da Brignano si rifà completamente ai fanfaroni della commedia all’italiana, abilissimi nel raccontare fandonie, ma poi terribilmente incastrati all’interno del vortice che essi stessi si sono abilmente costruiti a furia di raccontarle; da Gassmann ad Angelo Infanti, ce ne sarebbero di esempi illustri che in questa sede non è il caso di scomodare.

Enrico Brignano, in una veste insolita, non più totalmente comica,  non più in compartecipazione ma protagonista principale, non rende appieno, al 100% e, come il protagonista, in  alcune scene risulta essere impacciato e poco credibile. Bene Vanessa Incontrada che, seppur  da soggetto, risulti avere un ruolo più curato ci mette del suo, e si vede. Per gli altri attori come il divertentissimo Andrea Perroni, padre di famiglia sboccato alle prese con una moglie bacchettona ed un figlio abilissimo a fare “il pappagallo”, più o meno brevi comparsate in gag comiche dai doppi sensi “animaleschi” che giocoforza non scadono nel becero, ma ci si avvicinano, di poco.

Prendendo come buona e, nella piattezza delle commedie italiote di recente produzione, un minimo ingengnosa l’idea del plot, il film avrebbe potuto essere decisamente più divertente, dissacrante e profondo, se solo in fase di sceneggiatura il soggetto non fosse stato pesantemente rivisto al fine di rendere la storia più “bassa” e cinematograficamente più facilmente acessibile ad un pubblico poco pretenzioso e per nulla incline a storie troppo elaborate e piene di significato. I doppi sensi presi a piene mani dal mondo animale susciterebbero le risa anche un pubblico di infanti.

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Il regista Alessio Maria Federici e le ideatrici del sogggetto Alessandra Di Pietro, Valentina Gaddi, Maria Teresa Venditti, nel raccontare il problema (visto dalla prospettiva maschile) dell’incapacità della protagonista di raggiungere l’orgarmo nell’atto sessuale: “il 44% delle donne ha almeno una volta finto a letto”, nel raccontarlo veramente, avrebbero potuto giocare di più sull’aspetto psicologico della protagonista e sul medesimo rapporto che si viene ad instaurare tra lei e il suo G.P.S. a causa del misunderstanding ed entrare più in profondità sviluppando e curando gli aspetti relazionali più intimi e psicologici derivanti da questo problema.

A queste pecche, che minano alle basi il film e lo rendono assai comune rispetto ad altre commedie, non portandolo ad ergersi in mezzo al mucchio, c’è  un happy ending (che non vi sveleremo) scontatissimo che porta lo spettatore medio, si a credere nella favoletta di turno, ma che poi alla fine dei conti esso risulta pressocchè improbabile che si verifiichi. In un mondo reale e non in una visione pessimistica del mondo, i due diversi ambienti dei protagonisti non avrebbero potuto collimare.

Alessio Maria Federici, regista romano di lunga gavetta, prende per mano quest’idea interessante e, seppur con dovuti limiti imposti da produzione e distribuzione, riesce a confezionare un prodotto nella norma, senza particolari qualità, ma che nel panorama italiano è da lodare almeno per lo sforzo e la voglia nel voler creare qualcosa di novo, di diverso rispetto alle solite storielle d’amore. Che poi non ci resca appieno questa è un’altra storia, ma non dipende da lui, non dipende dal regista se poi, quando scrivi una cosa ti dicono di svilupparne un altra che sia più “funzionale” ai gusti, di riscrivere buona parte delle scene.

Faccio male a pensare che, se il film avesse avuto un finale “drammatico” come BOROTALCO, ove i due protagonisti , Carlo Verdone ed Eleonora Giorgi, pur amandosi (e continuandosi ad amare) sono costretti a prendere due strade diverse, il film sarebbe diventato qualcosa di davvero interessante e di notabile?

 

 

L\'Autore Roberto Leofrigio

Roberto Leofrigio, laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, esperto di cinematografia sin dai lontani anni'80 con la nascita di una fanzine cartacea. Collaboratore di vari siti di cinema, ufficio stampa per molti eventi di promozione cinematografica e videoperatore, ama tutti i generi e in particolare quel cinema che spesso non viene distribuito nel nostro paese.