The Walking Dead, Master Class con Gale Anne Hurd

 

The Walking Dead: Master Class con GALE ANNE HURD (Executive Producer della serie)

13.09.2014 Roma Fiction FestMASTER CLASS THE WALKING DEAD con Gale Anne Hurd

Gale Anne Hurd è la Executive Producer della popolarissima serie The Walking Dead  (giunta alla V stagione  che verrà messa in onda dal mese di Ottobre su Fox Channel) ed ha tenuto sabato 13 settembre una Master Class nell’ambito del Roma Fiction Fest edizione 2014.

L’incontro, moderato da Marco Spagnoli, ha affrontato tutta la sua storia professionale che parte dal famoso Terminator (1984)  per passare poi per l’altrettanto notissimo cult Alien Scontro Finale (1986) , e poi The Abyss (1989) e tanti altri, per giungere ad una delle serie Tv più seguite a livello mondiale, che ha generato un vero e proprio fenomeno con milioni di fans sparsi per il globo. Prima dell’intervista è stato presentato in assoluta anteprima mondiale uno speciale su The Walking Dead – Most Dedicated Fans , prodotto appositamente come omaggio a tutti i sostenitori della serie. I film della Hurd sono diventati dei cult, hanno creato dei generi che a tutt’oggi proseguono; da rilevare come – ci dirà nel corso della Class – che (anche) su di lei (come su tantissimi produttori, sceneggiatori e registi) vi sia stata l’influenza del grandissimo Kubrick di cui non finiremo mai di dibattere e approfondire.

La Hurd si dimostra una piacevolissima conversatrice ed una professionista di altissimo livello, pienamente conscia delle difficoltà di ogni lavoro che ha intrapreso, con una grande modestia ed il cui motto ci ha tenuto a precisare ad un certo punto della conversazione è: si impara di più dagli insuccessi che dai successi. Ecco il testo integrale della Master Class:

Come si è avvicinata al mondo del cinema? Lei è una grande produttrice sia sul grande schermo che in tv. Come è nata questa passione?

“Sono stata una fan di film e fiction in tutte le sue forme, sin da quando ho iniziato a leggere. Ho iniziato il mio viaggio nella fantascienza e nell’horror, mentre mio fratello amava i fumetti. Negli Stati Uniti sono andata a vedere due film contemporaneamente e ho continuato a mantenere questo tipo di sviluppo. In Inghilterra ho studiato tramite un programma i film inglesi, non pensavo sarebbe diventata la mia carriera. All’Università ho capito che sarebbe stata la mia vita incontrando i grandi registi”.

Lei ha reinventato questo mestiere. Lei non ha solo proseguito una carriera ma i film che ha fatto hanno creato un approccio nuovo alla cinematografia, non è stato facile?

“Sono stata ispirata da Stanley Kubrick con 2001:Odissea nello Spazio, sono film di classe A. Ho pensato che questo sarebbe stato un grosso impatto, che poi ho capito in retrospettiva. Ho collaborato con James Cameron, che proseguiva i modellini delle navicelle in una stanza al buio in California. Queste sono state opportunità per sviluppare la passione per il genere”.

Io ho visto Terminator quando ero piccolo e ho pensato: “ma questo è quello di Conan”. Voi avete inventato la carriera di Arnold Schwarznegger , come è nato questo film?

“Forse mi sta sopravvalutando. Il personaggio di Terminator inizialmente nella mia visione doveva essere recitato da qualcun altro, magari Lance Heriksen (attore che era nel primo Alien). James ha detto che avrei dovuto sentire Arnold. Dopo un pranzo che abbiamo avuto insieme ho pensato che andasse bene per Terminator. E’ stata una grandissima esperienza della mia carriera, non avevamo un gran budget ma Arnold ha voluto fare lo stesso Terminator”.

Quali sono le caratteristiche per creare questi sogni meravigliosi?

“E’ assolutamente essenziale essere in grado di percepire la buona idea, da qualsiasi parte provenga. Il lavoro del produttore è quello di convincere il regista, l’autore e l’attore. Bisogna convincerli”.

Non posso fare a meno di pensare al fatto che Terminator e Alien sono ancora in programmazione con dei seguiti, in che modo è coinvolta con i suoi figli cinematografici?

“Alien, la trilogia, è di Ridley Scott. Quando Jim ha deciso di scrivere il seguito di Alien, io ho voluto reinventarlo. Si è trattato di un genere molto diverso di fantascienza. Non avevamo i diritti per tutta la trilogia, il regista successivo è stato David Fincher. Dal terzo Terminator abbiamo avuto un coinvolgimento minore”.

Dal cinema alla tv che differenza principale ?

“La televisione è un mezzo di produzione e nella stesso tempo in cui abbiamo creato un film abbiamo girato 16 ore di Serie Tv. Con anni e anni di questo tipo di riprese abbiamo avuto un’esperienza vincolante di cinque anni”.

Il cinema che lei ha fatto era diverso da quello di oggi, con tutto l’affetto e la stima per i blockbuster le sue erano idee originali. Come guarda la transizione da questo cinema che ha formato i cineasti a quello odierno?

“E’ la paura che cova negli Studios. La cosa buffa è che The Abyss è costato 40 milioni di dollari,Alien appena 13 milioni. Le attuali produzioni costano almeno sui 200 milioni di dollari e non puoi rischiare di perderli con idee innovative. Gli Studios reagiscono a quello che il pubblico sembra chiedere: se il pubblico continua a pagare per sequel e remake e storie che non analizzano i personaggi gli studios continueranno a investire con questo. Nolan con Inception e Jim Cameron con Avatar sono stati i pochi a usare idee originali”.

Qual è il rapporto tra cinema e tv negli Stati Uniti? Il pubblico va meno al cinema?

“Credo che stiamo cominciando a distrarre il pubblico, troppa offerta, non va a vedere sempre le stesse cose. In tv può ottenere subito ciò che vuole, magari anche sullo smartphone. Il pubblico ormai va in sala solo per il must. Oggi è difficile andare in sala, si preferisce lo streaming”.

Lei tiene molto al film Vita di Cristallo (The Water Dance) , com’è nato questo progetto così diverso?

“Mi hanno chiesto perché non faccio film intimisti e ho risposto che la gente non li va a vedere…The Water Dance è una storia di un regista e sceneggiatore caduto da una scogliera che ha perso la sensibilità alle gambe. Sono stata così presa da questa storia che ho fatto con un budget ridotto”.

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Cosa deve avere un lavoro per attirare la sua attenzione?

“Deve essere qualcosa in cui mi riconosco. Persone normali che si trovano coinvolte in dei contesti straordinari”.

Anche usare il genere per raccontare qualcosa di reale e toccante, questi film al di là dell’entertainment, trattano e parlano di tutti noi, come i grandi romanzi.

“Credo che ogni giorno dobbiamo fare delle scelte come esseri umani. Noi seguiamo una strada diversa ogni giorno. Tutto si concentra sulle scelte morali e epiche. Se veramente ti fai coinvolgere dal pubblico, finchè i personaggi sono onesti saranno seguiti nelle loro decisioni”.

Quando si è avvicinata al progetto della saga di The Walking Dead?

“Sono stata sempre appassionata alla serie, non agli zombie. Indipendentemente dalla causa di morte tu diventerai uno zombie. La paura che la persona che ami diventi tale e dovrai ucciderla è terribile, la posta in gioco era altissima. I fumetti erano molto molto inflessibili, non lasciavano nulla con storie molto violente. Ho pensato che sarebbe stata una storia incredibile da condividere sullo schermo. La Fox ha pensato al pubblico di tutto il mondo. Fintanto che si mantiene il conflitto la serie potrà avere successo, finché saremo fedeli continuerà”.

Come si rapporta con quello che il pubblico si attende dalla serie, il suo è ‘un gioco a fare Dio’ costruendo un suo universo, dove sceglie chi far viver o morire.

“La buona notizia è che Robert Kirkman, che è il creatore dei cartoons è molto coinvolto nel processo. Non ci pone grossi limiti ed è sempre con noi. Noi giriamo in Georgia nel mezzo del nulla in una cittadina. Il fatto che ci spostiamo in zone molto remote ci aiuta a non sentire la pressione. Lavoriamo molte ore, ma rispettiamo i nostri fans e vogliamo soddisfarli. Abbiamo un hastag #TheWalkingDeadfamily, sono i nostri primi critici e li rispettiamo. Abbiamo finito 13 episodi su 16 e potremo cambiare le linee di sviluppo del finale”.

Perché la televisione è un’inversione di tendenza, perché il pubblico rispetto alle mode si affeziona alle serie tv?

“Credo che le serie televisive, almeno negli Stati Uniti, rispetto al passato sono molto incentrate sui personaggi. Ho visto la loro lunghezza e possono analizzare a  fondo le vite dei protagonisti. Con le nuove serie se perdi un episodio la puntata successiva non ha senso, per questo i produttori le hanno evitate. Ora con i nuovi mezzi tecnologici è possibile recuperare una qualsiasi puntata”.

Gli horror movie sono considerati di serie B, The Walking Dead ha cambiato la tendenza. Non è stato un rischio?

“Non ho mai avuto paura di rischiare. Io dico sempre: si impara di più dagli insuccessi che dai successi. E’ un mio motto. Alien è stato il primo horror ad ottenere 7 premi Oscar, se trovi un cineasta come Frank, che ha creato The Walking Dead, puoi essere affascinato dal personaggio. La Fox mi ha convinto perché non voleva una versione stupida della serie. All’inizio non era così perché erano previsti due sceriffi”.

Lei segue le serie tv e ce n’è una che avrebbe voluto produrre?

“Ho visto i Simpson sul Pink Carpet, loro li avrei prodotti. The Americans è meravigliosa, mi piace House of Cards, Breaking Bad…sono tante le serie che mi piacciono e mi sarebbe piaciuto produrre”.

Lei ha parlato di lei e Cameron sui film di fantascienza, qual’è l’argomento principale di The Walking Dead?

“Parla di come siamo noi esseri umani di fronte all’apocalisse finale. Questo è il focus della serie”.

E chiudiamo con due domande poste dal numeroso pubblico in sala.

L’ultima stagione, rispetto alle precedenti, mi è sembrata molto intimista. Non ci sono state scene particolari di massa. E’ una scelta stilistica o era una questione di budget ? è sembrata molto più economica anche la location di Terminus. Gli zombie sembravano quasi più umani.

“Non direi, c’è una scena in cui i protagonisti sono nell’ospedale veterinario e qui vi sono molti più zombie che in qualunque altro episodio precedente. Volevamo dedicare del tempo ai personaggi.  Per quanto riguarda gli zombie credo che siano pericolosi e spaventosi, penso che questa sensazione sia dovuta alla percezione dei fans che si sono abituati a loro”.

Lei ha lavorato con il ‘mitico’ Roger Corman, e quanto è stato importante ?

“Si, ho avuto la grande fortuna di lavorare con Roger Corman in un momento in cui le donne facevano fatica a lavorare al cinema. Era il 1978 e Corman era uno dei pochi ad avere donne che scrivevano e dirigevano per lui. Roger credeva molto nelle donne. Lui mi ha aiutato a credere in me stessa.  Lui ha cambiato il mio destino. E’ stata la persona che ha cambiato il mio destino e mi ha aiutata tantissimo ad avere fiducia in me stessa. Fu proprio lui ad obbligarmi in seguito a lasciare la Società: ero pronta per produrre Terminator”.

Ecco la gallery del pink carpet con l’executive producer 

 

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L\'Autore Marco Leofrigio