Sangue del mio Sangue, un Bellocchio riuscito a metà

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Sangue del mio sangue

  Decisamente uno di film più attesi di Venezia 72 che non ha deluso gli amanti del regista, ma a modesto parere di chi vi scrive  in realtà è riuscito a metà. Tralasciando i soliti complimenti ad un autore che non ne ha certo bisogno, visto che il film come recitazione, fotografia direzione è impeccabile, tuttavia la storia che  parte nel lontano ‘600 tempo di caccia alle streghe (tema molto amato dal regista che lo aveva già affrontato ne La visione del Sabba – 1988). dove troviamo il giovane Federico (Pier Giorgio Bellocchio) uomo d’armi, che viene spinto dalla madre a recarsi nella prigione convento di Bobbio dove suor Benedetta (Lidya Liberman) è accusata di stregoneria per aver sedotto Fabrizio, fratello gemello di Federico, e averlo indotto a tradire la sua missione sacerdotale. La madre preme affinché Federico riabiliti la memoria del gemello, ma anche lui viene incantato da Benedetta che sarà condannata alla prigione perpetua e murata viva. Ma Federico, trent’anni dopo, diventato cardinale, incontrerà nuovamente Benedetta, ancora rinchiusa in quelle mura…

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E a questo punto con un totale cambio di registro passiamo ai giorni nostri dove  bussa a quel portone del convento, trasformato poi in prigione e apparentemente abbandonato, Federico Mai, sedicente ispettore del Ministero, accompagnato da Rikalkov, un miliardario russo, che lo vorrebbe acquistare. In realtà quel luogo è ancora abitato da un misterioso Conte che occupa abusivamente alcune celle dell’antica prigione e che si aggira in città solo di notte… La presenza dei due forestieri mette in agitazione l’intera comunità di Bobbio che sotto la guida del “Conte” tenta di vivere, grazie a frodi e sotterfugi, ostacolando in ogni modo la modernità che avanza inesorabilmente. Ma il nuovo è migliore del vecchio? Nelle metafora che snocciola la pellicola, come illustrato  durante la conferenza stampa  dallo stesso regista, dove le domande dei “giornalisti” sono state tese a farsi spiegare qualcosa che non riescono a capire attraverso il linguaggio cinematografico (risparmiano ovviamente il grande Fabio Ferzetti intervenuto dopo lo scempio con una domanda seria), inevitabile è stato il richiamo del regista alla fine della democrazia cristiana e alla fine di molti privilegi legati al clientelismo. Tuttavia  mentre nella prima parte le atmosfere seicentesche sembrano portare ad un cupo film, sottolineato dalla musica della canzone dei Metallica Nothing Else Matters rielaborata in chiave di  musica sacra  che avvolge lo spettatore e lo porta nel convento dove si cerca di fare confessare la “strega”, dopo circa 30minuti con  l’arrivo ai giorni nostri e l’apparizione del  misterioso conte che occupa la prigione dove Benedetta è stata murata viva, ci porta all’interno di Bobbio , un paese protetto che è ormai assediato dalla modernità.

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Bobbio quindi diventa il paese che rifiuta internet come il regista, che si vanta di non essere su facebook , ma che in realtà lo collocano decisamente fuori dal tempo visto che citiamo strumenti vecchi, ora che siamo nel 2015 ben 20 anni oltre l’apparizione della rete e sette per il social media. Questo mi  fa inevitabilmente condannare il regista, che forse pare lui stesso essersi murato nella prigione di Bobbio rifiutando uno sguardo differente e degli argomenti nuovi. Paradossalmente se il film si fosse svolto interamente nel 1630 da dove parte avremo avuto un premio sicuro, per ora il conforto della critica non basta visto che dal 9 settembre arriverà quello della critica vera e insindacabile: il pubblico.

 

di Roberto Leofrigio

 

L\'Autore Roberto Leofrigio

Roberto Leofrigio, laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, esperto di cinematografia sin dai lontani anni'80 con la nascita di una fanzine cartacea. Collaboratore di vari siti di cinema, ufficio stampa per molti eventi di promozione cinematografica e videoperatore, ama tutti i generi e in particolare quel cinema che spesso non viene distribuito nel nostro paese.