La macchinazione, la vera fine di Pier Paolo Pasolini.

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Il 2 novembre del ’75 il corpo senza vita di Pasolini fu trovato all’Idroscalo di Ostia alle porte di Roma David Grieco uno dei collaboratori del regista  fu tra i primi a giungere sul posto insieme al medico legale Faustino Durante. Ora a distanza di quarantanni il regista che aveva iniziato a lavorare da giovanissimo proprio con Pasolini torna sul luogo del delitto e grazie alla riapertura del caso sollevato dall’avvocato Stefano Maccioni ci porta negli ultimi tre mesi della vita di Pasolini e del suo rapporto con il ragazzo di vita Pino Pelosi, minorenne all’epoca tra realtà e ipotesi ci dà una delle verità più vicine sulla  fine del regista e poeta cui ancora la magistratura italiana non è riuscita a dare.

Per chi vi scrive questa recensione il film La Macchinazione definito dal regista stesso come un film di pancia, non è un film denuncia, ma l’unico modo per raggiungere il grande pubblico e poter contribuire a suo modo a chiarire una volta per tutti uno dei grandi misteri dell’Italia della P2, dei servizi deviati delle oscure macchinazioni. Bisogna premettere che la città di Roma a dispetto della sua estensione è ancora un posto dove tutti sanno tutti, come un molti paesini in Italia. A testimonianza di quanto riportato nel film posso tranquillamente io stesso riportare le parole della sorella di Pelosi che all’epoca lavorava al mercato di via della Croce a Roma : Supercarni Star, che testimoniò a mia madre e a mia zia sulla totale estraneità del giovane fratello che era stato incastrato dalla malavita romana. La triste realtà ben riportata nel film e magistralmente interpretato da Massimo Ranieri, è quella di un delitto ben orchestrato o male a seconda dei punti di vista , dove Pasolini si ipotizza era al corrente di aver toccato ambienti fin troppo sensibili  e sapeva forse che non era intoccabile.

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E’ praticamente impossibile per chi vi scrive recensire un film, che al di là delle qualità tecniche, recitative, ma alcune di pecche, dovute anche ad un budget ristretto in realtà affronta in modo diretto e deciso  verità ancora scomode. Per sintetizzare almeno la trama, per i più giovani, che hanno solo sentito di questa storia di un regista omosessuale che faceva scandalo in Italia con i suo film e opere bisogna tornare al 1975 dove Pier Paolo Pasolini sta montando il suo film più controverso Salò o le 120 Giornate di Sodoma, e nel contempo ormai si è trasformato in giornalista d’inchiesta scrivendo Petrolio, un’opera per denunciare le fitte trame del potere corrotto. Nella notte del 26 agosto viene sottratto dagli stabilmenti della Technicolor il negativo di Salò e viene chiesto un riscatto miliardario, pare che dietro ci sia anche la Banda della Magliana. Nella pellicola i nomi sono ben indicati, alcune sono ricostruzioni di “fantasia”, ma per Grieco, Pasolini si reca all’idroscalo con l’involontaria collaborazione del suo giovane amante Pelosi che funge da esca. L’ipotesi del regista, una delle tante, è che sia stato ucciso su ordine di Eugenio Cefis perchè indagava sui traffici dell’Eni e della Montedison, questi fondatore della P2 e tra quelli che avrebbe aiutato nella eliminazione di Enrico Mattei nel 1962 (il creatore dell’Eni e il maggior imprenditore nella storia italiana) facendo precipitare l’aereo con la complicità di CIA e servizi segreti francesi usando come manovalanza la mafia nostrana.

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Probabilmente potrei continuare all’infinito aggiungendo io stesso altri tasselli proposti non solo dal regista o dall’avvocato che promuove la riapertura del caso, La Macchinazione è in realtà un film che va ben oltre la storia di Pasolini stesso, uno dei tanti misteri, se li vogliamo considerare tali, dell’Italia che curiosamente solo ogni tanto presenta un film sugli intrecci  che per degli sceneggiatori americani sarebbero manna dal cielo. Curiosamente all’uscita di questo film in scia, termine adatto, uscirà anche Ustica di Renzo Martinelli, un ‘argomento totalmente diverso, ma un film su un’altro  dei misteri irrisolti come la scomparsa del volo Itavia il 27 giugno del 1980, probabilmente abbattuto per “errore” mentre si cercava di eliminare il dittatore della Libia Gheddafi. Tornando alla pellicola una piccola nota, anche di speranza, sono i giovani attori debuttanti come Alessandro Sardelli nei panni di Pino Pelosi, da poco maggiorenne il giovane interprete è stato scoperto grazie al lavoro del casting,  ha dichiarato durante i provini che il suo attore preferito era Franco Citti, quasi un segno del destino per il regista trovare un sedicenne nell’era di internet appassionato dei film di Pasolini che ha visto e rivisto Accattone (come da lui stesso già dichiarato). Segnalo inoltre  anche Luca Bonfiglio e Marco D’Andrea nel ruolo dei fratelli Borsellino, anche loro al loro debutto e giovanissimi che con molta ingenuità e modestia, hanno dichiarato di non avere neanche  una pagina fan su Facebook visto che non si sentono dei veri attori. Come i ragazzi di vita di Pierpaolo usati nei suoi film un piccolo spiraglio di luce non solo per una verità, ma anche per un cinema  di genere da troppo tempo abbandonato. Concludo consigliando a tutti, specie ai giovanissimi, questo film che seppure con i suoi limiti artistici ci permette ancora oggi di parlare e riparlare di Pasolini al fine di dare una verità che già era ben conosciuta all’atto della sua morte  da tutti ,i romani in particolare, ma tutti facevano finta di non sapere.

di Roberto Leofrigio

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L\'Autore Roberto Leofrigio

Roberto Leofrigio, laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, esperto di cinematografia sin dai lontani anni'80 con la nascita di una fanzine cartacea. Collaboratore di vari siti di cinema, ufficio stampa per molti eventi di promozione cinematografica e videoperatore, ama tutti i generi e in particolare quel cinema che spesso non viene distribuito nel nostro paese.