Hollywood a Grottaferrata

Hollywood a Grottaferrata l’avevamo dietro l’angolo e non ce ne eravamo mai accorti. Da Fellini a Scola, da Mastroianni a Sordi, senza dimenticare Sergio Leone e gli americani.

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Via Anangina n° 257, da quì ha inizio la storia nel 1513 quando un antenato dei Ciocca costruisce un abbeveratoio per i cavalli che si accingevano ad affrontare le ripide ascese che collegavano le varie Rocca Priora, Rocca di papa e Velletri.

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Secondo la leggenda l’osteria venne costruita proprio sulle fondamenta di una antica stazione di posta già attiva ai tempi dell’antica Roma e databili al  1547 sono i primi riferimenti cartografici della locanda del Fico nella carta topografica realizzata da Eufrosino della Volpaia in cui compare una torretta con la dicitura “osteria”.

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Ma è solamente agli inizi del ‘900 che l’osteria si rinnova e acquista una fama sempre più internazionale prima con il lavoro dell’oste Enrico, padre dell’odierno proprietario Claudio che quotidianamente serviva dell’ottima cucina romana ai clienti e alle personalità che arrivavano nella sua osteria.

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Anni ’60, la Doce Vita, Hollywood sul Tevere, Cinecittà e gli studios, dritti come una spada percorrendo l’Anagnina (l’antica strada consolare che collegava Roma ad Anagni) appena fuori i teatri di posa di Cinecittà, in pochi minuti si raggiungeva “il bivio”, storico snodo tramviario e percorrenza obbligata per raggiungere la locanda “Al Fico” sita nella ridente cittadina di Grottaferrata.

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In quei decenni, prima che tutto venisse smantellato e cementificato, questi luoghi ameni, non troppo lontani da Roma erano la meta preferita di attori, cantanti, dei politici, della maggior parte delle personalità che gravitavano sugli Studios e cercavano un luogo sicuro ove riposare in tranquillità tra un ciak e l’altro.

E tra i luoghi preferiti dal jet-set vi era la locanda dei Ciocca. Non solo attori ma anche Benito Mussolini, che con i suoi camerati si recava spessissimo all’osteria per mangiare gli ottimi prodotti serviti da Enrico. É proprio in questi anni, ma soprattutto nel dopoguerra, che questa piccola osteria casareccia con tipica cucina romana, diventa luogo vitale, rifugio, punto di ristoro immancabile per molti dei divi di quel periodo: Anna Magnani, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Otello Toso, Carlo Ninchi, Sergio Leone, Ettore Scola, ma soprattutto lui, il grande amico, del quale era talismano, consigliere e fedele portafortuna: il Maestro Federico Fellini.

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Mentre la critica lo osannava ed i suoi film vincevano premi internazionali in tutto il globo, egli amava rifugiarsi nella locanda di Claudio, accolto da gustosissime e succulente pietanze che egli preparava “a seconda delle indicazioni che Federico mi dava quel giorno”. Quando egli non poteva venire Al Fico, da solo, con la moglie Giulietta o con Marcello (Mastroianni) “costringeva” l’amico Claudio a far si che le sue pietanze raggiungessero il celeberrimo -Studio 5- ove il regista aveva fatto costruire un piccolo appartamento sopraelevato con annessa cucina e tavolo per soli otto commensali. Gli altri invitati usualmente rimanevano a bocca asciutte e, tra coloro che erano abituati a questo piccolo “giochetto” c’era Alberto Sordi che si rivolgeva prima del tutto direttamente al buon Claudio con un lapidario “Che ce sta da magnà oggi?”.

Di aneddoti Claudio ne potrebbe raccontare a milioni, non basterebbe una vita, come quella che lui ha vissuto, per raccontarli tutti, ma la volta in cui, vestito da antico romano con tunica e armatura, si presentò all’osteria Charlton Heston in Lambretta, resta uno dei suoi racconti preferiti, in bilico tra mito e leggenda. Il divo hollywoodiano, tra un ciack e l’altro di Ben Hur (siamo nel 1959), appurate le qualità della sua cucina, verso ora di pranzo quotidianamente scappava dal set e ivi si presentava per gustare “tutto quello che si poteva mangiare, anche fino a tre primi”.

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Ma non solo Federico, l’amico fraterno con cui passava interi pomeriggi a parlare oppure ore al telefono la mattina a disquisire sui sogni più irrequieti avuti durante la notte, sulle sue fantasticherie amorose: “alcuni sogni me li inventavo di sana pianta e Federico rimaneva impressionato dai miei racconti”, c’era anche Sergio Leone a cui piaceva tanto pasta e fagioli: “A Se, ma come mai ordini sempre solo la mia pasta e facioli, non vuoi provà altro? No, la tua pasta e facioli e la più bona der monno.. forse perchè non la paghi mai?”, Anna Magnani, divoratrice di pasta e ceci perchè “al braccio mio quando ero in carcere me davano sempre pasta e ceci”, anche se Lei in carcere non c’era mai stata, Aldo Fabrizi che “aveva sempre qualcosa da ridire sulle pietanze”, Ettore Scola, “amante da sempre della buona cucina, e nei suoi film si vede”, Marcello Mastroianni “era in grado di fumarsi anche quattro pacchetti di sigarette al giorno, ma qando c’era Federico, che lo rimproverava sempre, cercava di contenersi”, fino a Lina Wertmüller, amica di una vita e assidua frequentatrice della locanda che, assieme a Federico, lo scelse come attore per alcuni dei suoi films.

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Ma non solo il cinema, quello vero, di una volta, e quello di adesso che ancora frequenta la Locanda del Fico e il Fico Nuovo, da lì poco distante, (che Claudio volle fortissimamente aprire per dimostrare al padre che anche lui era in grado di gestirsi da solo, di poter portare avanti la sua locanda), anche il mondo della musica che , per via del suo aspetto un po’ naif e colorato lo aveva ribattezzato “l’Aznavour dei Castelli”, la politica, quella che conta, la nazionale di calcio del suo amico fraterno Giovanni Trapattoni “Mr. Strunz”, come lui lo ha soprannominato, in ritiro ai Castelli nel 1960 per le olimpiadi passando per i mondiali di calcio del 1990 con la squadra a Marino. In molti amavano e amano ristorarsi nei suoi locali.

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Ce ne sarebbero di cose da raccontare e il suo libro “Volevo essere James Bond – E Federico rideva… rideva…” con la prefazione dell’amico Sergio Zavoli e presentato da Ettore Nuara e Marta Zitelli, non è altro che un cahier di ricordi, aneddoti, accadimenti che solo Claudio è in grado di raccontare, poichè solo un personaggio come lui, che viveva quotidianamente Cinecittà, ne era partecipe girando indisturbato per i set senza che persona alcuna, conoscendolo, gli dicesse qualcosa.

Un denso concentrato di racconti e immagini che nelle 154 sprigiona tutto il suo potenziale, in parte inespresso, perchè diciamocelo, 154 pagine per descrivere una intera vita vissuta così densamente non basterebbero neppure al miglior storyteller del mondo.

Presentato alla Casa del Cinema di Roma Giovedì 18 febbraio scorso il libro ha riscosso, a giudicare dal tutto esaurito in sala, un enorme successo e spero che l’idea di Claudio Ciocca possa esser portata avanti, magari con un bel documentario su di lui. Personaggi di questo calibro, ricchi di storia e di storie da raccontare, non nè sono rimasti più e ultimamente, con la scomparsa delle “vecchie guardie”, il ricordo vivo di quei decenni d’oro del cinema italiano, pian piano sta scomparendo.

Per fortuna ci sono persone come Claudio pronti a ricordarcelo, nel suo locale, tra uno stornello e una portata,  il tutto sempre condito da una romanella o un bianco secco di Frascati.

L\'Autore Roberto Leofrigio

Roberto Leofrigio, laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, esperto di cinematografia sin dai lontani anni'80 con la nascita di una fanzine cartacea. Collaboratore di vari siti di cinema, ufficio stampa per molti eventi di promozione cinematografica e videoperatore, ama tutti i generi e in particolare quel cinema che spesso non viene distribuito nel nostro paese.